Autore: DOTT.SSA GIORGIA MARCHESI
Due persone sedute vicine, la mano dell'una nella mano dell'altra.
E in mezzo — anche così, anche nel punto di massima vicinanza — resta un tratto che nessuna stretta chiude del tutto.
Non è una crepa nella relazione. È lo spazio che esiste sempre tra due persone, per il semplice fatto che sono due, e non una.
Capita spesso, in seduta, di incontrare persone convinte che la solitudine sia un problema da risolvere trovando la persona giusta, l'amicizia giusta, la famiglia giusta.
E quando la trovano — quando arriva davvero l'amore, l'appartenenza, la persona che le sceglie ogni giorno — restano spiazzate nello scoprire che qualcosa, in fondo, resta comunque solo.
Non per un difetto nella relazione. Per un fatto della condizione umana che nessuno racconta prima: nessuna vicinanza, per quanto vera, cancella del tutto la distanza tra una coscienza e un'altra.
Uno psichiatra che ha dedicato buona parte della vita a studiare questo tema — non la solitudine di chi non ha nessuno, ma quella più sottile di chi ha tutto e sente comunque un margine che resta — l'ha chiamata solitudine esistenziale.
Non è isolamento sociale. È la consapevolezza che, per quanto qualcuno ti conosca bene, non entrerà mai del tutto in quello che sei da dentro. E tu non entrerai mai del tutto in lui.
Restano sempre due stanze, per quanto le porte siano aperte e i mobili spostati per farle sembrare una sola.
Questo non è motivo di allarme. È la tensione che tiene viva ogni relazione autentica: da una parte il bisogno di fondersi, di essere parte di qualcosa di più grande di sé; dall'altra la realtà, incancellabile, di restare comunque un'unità a sé.
Chi non tollera questa tensione tende a risolverla in due modi, entrambi dolorosi:
Fondersi del tutto nell'altro, sciogliendo i propri confini fino a non sapere più cosa vuole lei e cosa vuole lui.
Tenersi a distanza, per non sentire mai quel margine — proteggendosi da un vuoto che, paradossalmente, si fa sentire di più proprio quando ci si tiene lontani.
È spesso da qui che nasce il nodo che stringe tante relazioni — quello in cui una persona insegue e l'altra si allontana, sempre di più, in un cerchio che si stringe da solo.
Chi insegue, di solito, sta cercando di colmare quel margine a forza di vicinanza. Chi si allontana sta cercando di proteggersi dal sentirlo.
Nessuno dei due, in fondo, sta sbagliando: stanno solo rispondendo, in due modi opposti, alla stessa paura di restare soli anche accanto a qualcuno.
Viviamo nell'epoca in cui la vicinanza sembra a portata di mano in ogni momento — un messaggio, una chiamata, una presenza artificiale che risponde sempre, non si stanca mai, non ha una giornata storta.
Alcune ricerche recenti hanno cominciato a guardare cosa succede quando le persone si rivolgono a compagnie digitali proprio per sfuggire a questo margine scomodo: quello che trovano è una vicinanza senza attrito — sempre disponibile, sempre d'accordo, mai davvero altra da sé.
Ma è proprio l'attrito, quello che a volte fa soffrire in una relazione vera, il punto in cui la relazione fa il suo lavoro più prezioso. Una presenza che non ti contraddice mai, non ti chiede mai nulla, non ti costringe mai a incontrare la sua distanza — non è intimità. È solo l'assenza di quel margine, comprata al prezzo di non incontrare mai davvero un altro essere umano.
Non porto questa riflessione per lasciarti con un senso di rassegnazione — "tanto resterai sempre un po' sola" — ma per togliere un peso che non ti appartiene.
Se senti, a volte, un margine di solitudine anche nelle tue relazioni più vere, non significa che le hai scelte male, né che manchi di qualcosa.
Significa che sei viva, e che ami qualcuno che è davvero altro da te — non un riflesso comodo delle tue aspettative.
Quel vuoto si sente spesso al petto, o alla gola, in certi momenti di silenzio dopo una serata bellissima passata con qualcuno che ami — quella piccola stretta che arriva proprio quando tutto sembrava completo.
Non è tristezza da correggere. È il corpo che riconosce, per un istante, la propria unicità irriducibile, anche dentro il legame più caldo.
Quello che aiuta davvero non è colmare il vuoto — non si può, e i tentativi di farlo (fondersi, controllare, riempire ogni silenzio) di solito peggiorano le cose, stringendo ancora di più il nodo.
Aiuta, spesso, riuscire a farlo incontrare da qualcun altro — non spiegato, non giustificato, solo detto e ricevuto — invece di portarlo solo dentro di te, in silenzio.
C'è un'espressione, nella terapia che lavora sui legami d'amore, per i punti in cui ciascuno di noi è più sensibile: li chiamano punti scoperti.
Sono i posti dove basta un niente — un tono, un silenzio troppo lungo — per sentirsi sole anche accanto a chi si ama.
La prossima volta che il vuoto si fa sentire, invece di spiegarlo o di nasconderlo, prova a dirlo con una frase sola, semplice, senza premesse:
"Hai toccato un mio punto scoperto."
Non è una richiesta né un'accusa. È solo la verità, detta ad alta voce — ed è quasi sempre quella, non la rassicurazione che arriva dopo, ad allentare davvero il nodo.
Aiuta anche avere qualcuno — un percorso, uno spazio dedicato solo a te — dove imparare a riconoscere questo margine nel corpo prima che nella mente, invece di scambiarlo per un segnale che qualcosa vada cambiato o lasciato.
Se questa distanza silenziosa, che a volte senti anche accanto a chi ami, ti è familiare — non è un difetto da nascondere. È materiale prezioso, il punto esatto da cui un lavoro su di sé può davvero iniziare.
Scrivimi, se vuoi guardarlo insieme: non per colmarlo, ma per imparare ad abitarlo senza che ti faccia più paura.
Desideri esplorare più a fondo il tuo mondo emotivo? La Dott.ssa Giorgia Marchesi accompagna persone nel lavoro con il corpo, le emozioni e la consapevolezza. Studio: OltreSalute, Via Emilia Est 18/1, Modena | WhatsApp: 347 3892972