Esiste un’ostilità non così manifesta che proviamo verso i nostri stessi propositi migliorativi. Ogni volta che decidiamo di modificare una rotta – che si tratti di un vizio da abbandonare o di una nuova disciplina da abbracciare – una parte di noi inizia immediatamente a costruire il terreno per la disfatta. Non si tratta di pigrizia o di scarsa motivazione, ma di un raffinato meccanismo di preservazione della propria identità. Per la psiche, il "conosciuto", anche se doloroso o limitante, è sempre preferibile all'ignoto, che viene percepito come una minaccia alla propria stabilità.
Sigmund Freud definiva questo fenomeno come la "coazione a ripetere": la tendenza quasi invincibile della nostra mente a riprodurre situazioni familiari, persino se negative, per mantenere un senso di controllo sulla realtà. Cambiare davvero significa uccidere simbolicamente la versione di noi stessi che abbiamo abitato fino a oggi. È un lutto necessario che raramente siamo disposti ad affrontare a cuor leggero. Il sabotaggio dei nostri obiettivi di inizio anno è spesso un atto di fedeltà al nostro passato, un modo inconscio per gridare: "Io sono ancora questo e non voglio perdermi".
Il vero cambiamento, infatti, non avviene aggiungendo una nuova competenza o un'abitudine corretta, ma risiede nella capacità di negoziare con la propria ombra. Come sottolineava anche Carl Jung, finché non renderemo consapevole l'inconscio, esso dirigerà la nostra vita e noi lo chiameremo destino. I desideri di miglioramento falliscono perché tentiamo di imporli dall'alto, come sovrani autoritari che non tengono conto dei bisogni profondi della propria popolazione interna. C’è sempre un vantaggio secondario nel restare fermi: può essere il bisogno di protezione, il timore del giudizio o l’evitamento di una responsabilità più grande.
Rainer Maria Rilke ci ricorda con eleganza che la trasformazione richiede un’arresa fiduciosa al processo vitale: "Essere qui è splendido, ma la vita deve fluire per non marcire". Non serve dunque accanirsi contro i propri fallimenti con giudizio feroce. Se vuoi davvero onorare la tua evoluzione in questo nuovo anno, prova a cambiare approccio seguendo queste osservazioni concrete:
Individua il "guadagno" nascosto dietro la tua immobilità: a cosa ti serve restare dove sei ora?
Sostituisci l'obiettivo di "risultato" con l'obiettivo di "osservazione", smettendo di esigere perfezione immediata.
Tratta la tua resistenza come un’alleata spaventata che ha bisogno di rassicurazioni, invece che come una nemica da sconfiggere.
Frammenta il desiderio in azioni minuscole, quasi invisibili, che non allarmino il tuo sistema difensivo.
In fondo, fiorire è un atto di coraggio estremo che passa per la tolleranza verso la propria mediocrità momentanea. Non è una questione di forza, ma di curiosità: iniziare a guardarsi senza dover per forza corrispondere a un ideale, lasciando che la bellezza emerga tra le pieghe della nostra realtà quotidiana, per quanto imperfetta possa sembrare.
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